Il Mare in una scatola

Ieri sera, giravo per casa annoiata; frugando negli scatoloni non ancora svuotati del trasloco, ho ritrovato nascosto da una decina di libri “Novecento” di Alessandro Baricco. Nonostante sia un libricino spiccava tra gli altri, molto probabilmente a causa del suo colore blu mare. Non ho potuto fare altro che prenderlo e aprirlo, d’altronde il mare non può rimanere rinchiuso in una scatola!

In un secondo mi sono tornati in mente moltissimi ricordi e allo stesso tempo ho iniziato a provare altrettante emozioni. Quel libro è un regalo del mio papà per il mio dodicesimo compleanno, forse il mio primo vero libro serio. Ancora ne ricordo l’emozione nel riceverlo: euforica e allo stesso momento dubbiosa sia per il titolo, sia per il fatto che non era il genere di libro che ero abituata a leggere.

Ho passato ore a guardare quella copertina che non so per quale motivo mi colpisce e mi colpiva così tanto, quel blu che ti riporta subito con il pensiero al mare e quella nave che la fa da padrona…
Letto tutto d’un fiato, nel giro di qualche giorno l’ho riletto almeno tre volte. Ho sentito un richiamo irresistibile verso la mia postazione di lettura preferita: l’amaca in giardino. Immergermi nelle pagine al ritmo di quel dolce mi trasportava sulla nave di Novecento e mi sentivo proprio come lui, sospesa e libera. Un po’ come lui che riusciva a suonare solo sopra la nave, io riuscivo a leggere solo sopra l’amaca.

Dopo qualche anno e l’ho riletto con occhi e maturità diversa. Se da bambina sognavo con quella storia straordinaria e ammiravo quell’uomo che fece della musica e del mare le uniche costanti della sua vita, con qualche anno di più ho iniziato a cogliere la nota drammatica della storia. In effetti quell’uomo, piuttosto che superare la paura di amare, di crearsi delle radici e raggiungere un compromesso con la vita, preferisce “incantare” i propri sogni su quella nave.

Ma queste note non mi hanno delusa, anzi mi hanno fatto amare ancora di più quel libro perché rendevano Novecento “umano”. Nonostante le sue doti non lo fossero, anche Novecento aveva delle debolezze. Sognava e amava non le persone ma la musica e aveva un legame indissolubile con quella nave sopra la quale era nato e in fine morto. Non rinunciò a quel legame neanche in cambio di tutta la ricchezza possibile. “Perdonami amico – dirà rivolgendosi non solo ad uno ma anche a tutti noi lettori- ma io non scenderò da questa nave, non scenderò… al massimo, posso scendere dalla mia vita.”

“Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci.” Questa è la frase che più mi ha colpito e che forse riassume al meglio l’essenza di tutto il libro. Agli occhi del mondo Novecento era un pazzo che aveva rinunciato a una vita normale, a un lavoro, a una carriera straordinaria e a una donna bellissima. Per cosa viene da chiedersi? Semplicemente perché aveva trovato il suo modo di salvarsi: la musica.
Novecento è riuscito ad andare oltre, ha capito che l’infinito è dentro di noi, in ogni cosa che viviamo, nei luoghi che percorriamo, nella terra su cui camminiamo. L’oceano, così apparentemente profondo e pauroso, possiede un‘infinita sicurezza agli occhi di chi ci è nato. È un paradosso esistenziale per noi “terrestri”.

“Novecento” si legge tutta d’un fiato tra passaggi sensazionali che ti trascinano dentro la storia. Pochissime pagine sanno portarti dentro un mondo parallelo – apparentemente lontano e irreale- che sa mostrarsi rivelatore del nostro.

Ilaria Loccisano

Il Mare in una scatola

Ieri sera, giravo per casa annoiata; frugando negli scatoloni non ancora svuotati del trasloco, ho ritrovato nascosto da una decina di libri “Novecento” di Alessandro Baricco. Nonostante sia un libricino spiccava tra gli altri, molto probabilmente a causa del suo colore blu mare. Non ho potuto fare altro che prenderlo e aprirlo, d’altronde il mare non può rimanere rinchiuso in una scatola!

In un secondo mi sono tornati in mente moltissimi ricordi e allo stesso tempo ho iniziato a provare altrettante emozioni. Quel libro è un regalo del mio papà per il mio dodicesimo compleanno, forse il mio primo vero libro serio. Ancora ne ricordo l’emozione nel riceverlo: euforica e allo stesso momento dubbiosa sia per il titolo, sia per il fatto che non era il genere di libro che ero abituata a leggere.

Ho passato ore a guardare quella copertina che non so per quale motivo mi colpisce e mi colpiva così tanto, quel blu che ti riporta subito con il pensiero al mare e quella nave che la fa da padrona…
Letto tutto d’un fiato, nel giro di qualche giorno l’ho riletto almeno tre volte. Ho sentito un richiamo irresistibile verso la mia postazione di lettura preferita: l’amaca in giardino. Immergermi nelle pagine al ritmo di quel dolce mi trasportava sulla nave di Novecento e mi sentivo proprio come lui, sospesa e libera. Un po’ come lui che riusciva a suonare solo sopra la nave, io riuscivo a leggere solo sopra l’amaca.

Dopo qualche anno e l’ho riletto con occhi e maturità diversa. Se da bambina sognavo con quella storia straordinaria e ammiravo quell’uomo che fece della musica e del mare le uniche costanti della sua vita, con qualche anno di più ho iniziato a cogliere la nota drammatica della storia. In effetti quell’uomo, piuttosto che superare la paura di amare, di crearsi delle radici e raggiungere un compromesso con la vita, preferisce “incantare” i propri sogni su quella nave.

Ma queste note non mi hanno delusa, anzi mi hanno fatto amare ancora di più quel libro perché rendevano Novecento “umano”. Nonostante le sue doti non lo fossero, anche Novecento aveva delle debolezze. Sognava e amava non le persone ma la musica e aveva un legame indissolubile con quella nave sopra la quale era nato e in fine morto. Non rinunciò a quel legame neanche in cambio di tutta la ricchezza possibile. “Perdonami amico – dirà rivolgendosi non solo ad uno ma anche a tutti noi lettori- ma io non scenderò da questa nave, non scenderò… al massimo, posso scendere dalla mia vita.”

“Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci.” Questa è la frase che più mi ha colpito e che forse riassume al meglio l’essenza di tutto il libro. Agli occhi del mondo Novecento era un pazzo che aveva rinunciato a una vita normale, a un lavoro, a una carriera straordinaria e a una donna bellissima. Per cosa viene da chiedersi? Semplicemente perché aveva trovato il suo modo di salvarsi: la musica.
Novecento è riuscito ad andare oltre, ha capito che l’infinito è dentro di noi, in ogni cosa che viviamo, nei luoghi che percorriamo, nella terra su cui camminiamo. L’oceano, così apparentemente profondo e pauroso, possiede un‘infinita sicurezza agli occhi di chi ci è nato. È un paradosso esistenziale per noi “terrestri”.

“Novecento” si legge tutta d’un fiato tra passaggi sensazionali che ti trascinano dentro la storia. Pochissime pagine sanno portarti dentro un mondo parallelo – apparentemente lontano e irreale- che sa mostrarsi rivelatore del nostro.

Ilaria Loccisano