Il fumetto racconta la distruzione della Capitale da parte di un mostro gigante che mette in scena i vizi e le mediocrità di una Roma ormai stanca:« magari venisse distrutta in un giorno. Invece la sua fine è lenta e inesorabile»

Nerone « perché oggi diamo i nomignoli a tutto: ai tornado, ai terremoti, agli alluvioni», il mostro che esce dal mare di Ostia per bruciare Roma,  è chiaramente una metafora, l’immigrato, il mostro gigante che spaventa tutti, «perché a Roma, se sei grosso, nessuno te dice niente».

Recchioni, in questo suo ultimo lavoro, si interroga su come l’essere umano contemporaneo, in questo caso i romani, la sua città, possa reagire difronte alla totale distruzione. E lo fa prendendo spunto dal film di De Sica:” Giudizio universale” in cui si intrecciano le storie degli abitanti di Napoli nell’attesa del fantomatico momento del giudizio universale. Il mostro Nerone, alto più di 120 mt è invece ispirato ai Kaiju giapponesi.

Il termine Kaiju – lo saprete senz’altro – è un’espressione coniata appositamente dai giapponesi per descrivere tutte le creature cinematografiche nate nel Periodo Showa, che continuano ancora oggi ad appassionare. Letteralmente, significa “bestia strana”, liberamente traducibile in mostro, inteso come essere impossibile da identificare, dall’aspettato spaventoso, inquietante e sinistro. Particolarità dei Kaiju è però questa: essere strettamente connessi alle radiazioni nucleari, che oltre ad averli modificati geneticamente e resi più grandi e forti, fungono anche da nutrimento per il loro organismo, che riesce a immagazzinarle e a sfruttare in combattimento come arma.

Quindi, come Godzilla è la metafora della tragica esperienza delle bombe nucleari, così Nerone trova linfa nella parte più nera di Roma, quel mondo di mezzo di Carminati, della banda della Magliana, dell’omicidio Pasolini,ma nasce anche dalle nostre paure, quest’immigrato che viene dal mare per invadere le nostre città «Ogni quartiere c’ha i suoi segreti». Il mio legame con la città è forte, viscerale, ma più il tempo passa più vedo il degrado e l’abbandono», continua Recchioni. «Così ho inventato un mostro, un Godzilla italiano».

Non è un caso che la bestia venga proprio da Ostia e non è un caso che nessun romano agisca: mentre fuori tutto va distrutto, una madre della Garbatella porta un piatto di rigatoni al figlio e dice: «Questo domani, riscaldato, devi sentì com’è più bono». 

A unire tutto, distruzione dopo distruzione, ci sono i testi in rima scritti da Alessandro Pieravanti del Muro del Canto, gruppo musicale romanissimo, per cui Pieravanti suona la batteria e recita monologhi. «Recchioni cercava un tono nuovo da dare ai testi», spiega l’artista. «Si era appassionato ai nostri brani, così ci ha chiesto se poteva includerne alcuni: siamo finiti per collaborare, perché questa storia rappresenta perfettamente quello che pensiamo».

Nel testo sono presenti tre suoi monologhi: Roma maledetta, che fa da prologo al libro («Roma che non sei romano se non hai salito i tre scalini, Roma che piange ancora Pasolini»), Domenica a pranzo da tu’ madre, e So’ morto pe’ sbajo. «In questa città il territorio viene vissuto con profondità, tutti sono romani, non si è mai ospiti, ma c’è anche tanta disilussione, radicata in tutti noi. È questo lo spirito dei testi. Vederli disegnati fa ancora un certo effetto» conclude Pieravanti. Il primo film su Godzilla, uscito in Giappone dieci anni dopo Hiroshima e Nagasaki, serviva a esorcizzare i terrori del nucleare e dell’occupazione americana con l’intrattenimento.

Tutto inizia dal mare di Ostia, simbolo di una Roma decadente, della Roma delinquente, del malaffare. Nerone inizia a dare fuoco alla città, il primo a vedere il mostro  è un immigrato che proprio come lui è venuto dal mare «quel mare che agli immigrati promette speranza, ma che poi gli regala una tomba». Da quando Arouf vive a Roma  ha imparato una cosa:« È che chi si fa i cazzi sua, campa cent’anni» Arouf non da l’allarme e di questo non se ne pentirà mai.  Nerone, Attraversa i quartieri simbolo: Garbatella, Parioli, con le loro storie intrise di quotidianità. Il pranzo della domenica da mamma è un rito intramontabile, odori e sapori di ricordi antichi, una certezza alla quale nessuno rinuncia:« a ma’, che hai fatto pe secondo?».

Nerone arriva anche a Roma nord, nella Roma perbene e non lascia scampo neanche al Vaticano «Il Vaticano viene raso al suolo. Tra le vittime, oltre alle migliaia di fedeli accorsi in preghiera, anche il pontefice e numerosi prelati. Dio non è intervenuto a salvarli». Nerone trova una città priva di difese, quasi disinteressata alla tragedia, una pendolare continua a leggere indifferente il suo libro, si era avverato il suo presentimento mattutino «perché c’è u brutto nuvolone nero sopra di lei. E Luisa capisce al volo che non porta la pioggia».

Neanche il sindaco c’è «sembra fatto apposta, ma in ogni tragedia il sindaco non c’è mai. E forse è meglio così». Lo Stato non può rimanere indifferente, « ma come capo del paese, prima gli italiani. Da capo dell’opposizione , però, non posso che dire “oooo Nerone, lavali col fuoco!”. Come capo della protezione civile d’altronde la vita dei cittadini è la mia prima preoccupazione, ma come capo delle forze armate devo fare il mio dovere con orgoglio e difendere la patria da questo mostro straniero che ha violato i nostri confini nazionali»

Alla prosa di Alessandro Pieravanti del Muro del Canto, fanno da contro altare le pagine mute di un rosso intenso del passaggio devastante di Nerone su Roma. Il tratto diventa evanescente, sfocato, come se non appartenesse alla realtà:« ma che succede, non ce fa preoccupa! – ma niente, Ma’ è na cazzata… Senti, ma se resto pure a cena?» Roma Sarà Distrutta In Un Giorno è stilisticamente più vicino all’illustrazione che al fumetto vero e proprio pur bilanciando benissimo questi due approcci e riuscendo a mantenere sempre alta la “leggibilità” del libro che scorre rapido e incalzante.

Il libro vive sul contrasto di due anime: quella con evidenti richiami all’immaginario giapponese fatto di kaiju, e quella più neorealista con i testi in romanesco de Il Muro del Canto davvero delicati e “veri”. Roberto Recchioni non è nuovo nel mettere in scena drammi umani e personali giocando magistralmente con figure allegoriche come fa un burattinaio con le marionette. Si interroga e scuote il lettore senza mezzi termini, il linguaggio di Recchioni è sfacciato, non lascia scampo a facili interpretazioni. Ma il vero protagonista non è neanche Nerone, ma l’indifferenza: «Non è la Roma maledetta quella che ce fa paura, e nemmeno quella delinquente…la Roma che ce fa paura è quella INDIFFERENTE»

By | 2019-10-15T14:11:50+00:00 Ottobre 15th, 2019|Fumetti|

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